La dottoranda Marta Arbizu Gómez presenta gli ultimi progressi nei biomarcatori dell’Alzheimer nel sangue, sottolineando come il p-tau217 plasmatico consenta di prevedere l’esordio dei sintomi con una precisione sorprendente.
Il p-tau217 è un biomarcatore ematico che riflette l’accumulo patologico della proteina tau associato alla malattia di Alzheimer. Consente di prevedere l’esordio della malattia con un errore di soli 3-4 anni. Questo progresso promuove la neuroriabilitazione precoce e la stimolazione cognitiva personalizzata con NeuronUP.
Perché è importante prevedere l’Alzheimer prima della comparsa dei sintomi?
La malattia di Alzheimer (MA) inizia molto prima della comparsa dei primi sintomi cognitivi. Per anni o persino decenni, nel cervello si accumulano proteine patologiche come il β-amiloide e la proteina tau, che alterano progressivamente la struttura e il funzionamento neuronale. Sebbene sia vero che l’eliminazione di questi depositi proteici nel cervello non faccia regredire la malattia, l’evoluzione della malattia è modulata da questi depositi.
Negli ultimi anni, i progressi nei biomarcatori hanno consentito di rilevare queste alterazioni nelle fasi molto precoci della malattia. Tuttavia, una delle domande più rilevanti per la ricerca e la pratica clinica resta difficile da rispondere: quando compariranno i sintomi? E ancora di più, possiamo trattare la malattia nei pazienti ad alto rischio persino prima della comparsa dei primi sintomi?
Due persone possono presentare livelli simili di patologia cerebrale, ma evolvere in modo molto diverso. Mentre alcuni individui rimangono cognitivamente stabili per molti anni, altri sviluppano un decadimento cognitivo in un periodo relativamente breve.
Finora, stimare questo momento richiedeva tecniche complesse come la tomografia a emissione di positroni (PET) per visualizzare l’amiloide o la tau nel cervello. Questi esami sono costosi e scarsamente accessibili a causa della produzione dei traccianti necessari per ottenere le immagini, quindi erano disponibili soltanto in pochi centri d’élite nel mondo.
In questo contesto, i biomarcatori ematici stanno diventando uno strumento promettente. Molti dei depositi cerebrali di proteine possono infatti essere “inferiti” a partire dalle stesse proteine o da altre presenti nel siero. Un recente studio pubblicato su Nature Medicine propone un approccio innovativo: utilizzare un unico esame del sangue per stimare quanti anni mancano alla comparsa dei sintomi dell’Alzheimer.
Come è stata condotta questa ricerca sui biomarcatori ematici?: metodologia del modello a orologio del p-tau217
Per sviluppare questo modello, i ricercatori hanno analizzato dati longitudinali di due ampie coorti di ricerca sull’invecchiamento e l’Alzheimer:
- Knight Alzheimer Disease Research Center (Knight ADRC).
- Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative (ADNI).
In totale sono stati inclusi più di 900 partecipanti, molti dei quali sono stati seguiti per diversi anni con valutazioni cliniche e numerosi campioni di sangue.
Il biomarcatore analizzato era il p-tau217 plasmatico, una forma fosforilata della proteina tau che è diventata uno dei marcatori ematici più affidabili della patologia di Alzheimer.
Anziché limitarsi a valutare se il biomarcatore fosse presente o meno, i ricercatori hanno sviluppato un approccio matematico denominato “clock model” o modello a orologio. Questo tipo di modello consente di trasformare il livello del biomarcatore in una stima temporale della progressione della malattia.
In altre parole, il modello converte un valore biologico (la concentrazione di p-tau217) in una stima di quanti anni siano trascorsi dall’inizio della patologia rilevabile.

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Risultati del p-tau217 plasmatico: precisione nella previsione del decadimento cognitivo
I risultati mostrano che il livello di p-tau217 nel sangue consente di stimare il momento in cui compariranno i sintomi clinici dell’Alzheimer con una precisione sorprendente.
Nello specifico, il modello è riuscito a prevedere l’età di esordio dei sintomi con un errore medio di circa 3-4 anni.
Inoltre, i ricercatori hanno osservato un fenomeno particolarmente interessante: l’età in cui compare la positività del biomarcatore influisce sulla velocità di progressione della malattia.
Per esempio:
- Se il biomarcatore diventa positivo intorno ai 60 anni, i sintomi compaiono generalmente circa 20 anni dopo.
- Se la positività compare a 80 anni, l’intervallo prima dei sintomi si riduce a circa 11 anni.
Ciò suggerisce che il cervello possa tollerare l’accumulo della patologia più a lungo quando questa inizia in età più precoce, mentre in età avanzata la progressione verso il decadimento cognitivo può essere più rapida.
Questo effetto è chiaramente visibile nella figura seguente, che mostra il tempo medio fino alla comparsa dei sintomi in base all’età in cui il biomarcatore diventa positivo.

Nel complesso, i modelli hanno mostrato una associazione significativa tra l’età stimata di positività del biomarcatore e l’età reale di esordio dei sintomi, rafforzando il potenziale di questo approccio per comprendere l’evoluzione temporale dell’Alzheimer.
Questa relazione tra il momento in cui compare il biomarcatore e l’età di esordio dei sintomi è chiaramente visibile nella figura seguente.

Quali implicazioni ha questo progresso per la ricerca e gli studi clinici?
Sebbene questi modelli non siano ancora progettati per prevedere il futuro di una singola persona nella pratica clinica, possono avere un impatto molto importante sulla ricerca.
Una delle principali sfide negli studi clinici sull’Alzheimer è selezionare partecipanti che sviluppino i sintomi durante la durata dello studio. Se i ricercatori possono stimare con maggiore precisione quando comparirà il decadimento cognitivo, sarà possibile:
- Reclutare partecipanti con maggiore probabilità di progressione durante lo studio.
- Ridurre la durata e il costo degli studi clinici.
- Valutare con maggiore precisione l’effetto dei nuovi trattamenti.
In questo senso, i biomarcatori ematici potrebbero diventare strumenti chiave per accelerare lo sviluppo di terapie modificanti la malattia.
Come si collega questo progresso a NeuronUP?
I progressi nei biomarcatori biologici e negli strumenti digitali per la riabilitazione cognitiva non sono approcci indipendenti, bensì complementari.
La rilevazione precoce della patologia mediante biomarcatori come il p-tau217 consente di identificare le persone nelle fasi iniziali della malattia, quando gli interventi cognitivi possono avere un impatto maggiore.
In questo contesto, le piattaforme di stimolazione cognitiva basate su evidenze scientifiche come NeuronUP possono svolgere un ruolo fondamentale:
- Adattando i programmi di riabilitazione alla fase di progressione della malattia.
- Monitorando l’evoluzione funzionale del paziente nel tempo.
- Integrando i progressi biomedici con interventi incentrati sulla funzione cognitiva e sulla qualità di vita.
L’integrazione dei biomarcatori biologici con gli strumenti digitali di riabilitazione apre la strada a un approccio più personalizzato e multidisciplinare nel trattamento dell’Alzheimer.
Conclusioni
Questo studio dimostra che un semplice esame del sangue basato sul p-tau217 plasmatico potrebbe contribuire a stimare il tempo che manca alla comparsa dei sintomi dell’Alzheimer.
Sebbene siano ancora necessarie ulteriori ricerche prima di applicare questi modelli alla pratica clinica individuale, i risultati rappresentano un passo importante verso una comprensione più precisa dell’evoluzione temporale della malattia.
Con il continuo sviluppo dei biomarcatori ematici, è probabile che questi svolgano un ruolo centrale nella rilevazione precoce, nella progettazione degli studi clinici e nella personalizzazione degli interventi terapeutici.
In combinazione con strumenti di riabilitazione cognitiva come quelli sviluppati da NeuronUP, questi progressi possono contribuire a un approccio più completo ed efficace nella gestione della malattia di Alzheimer.
Bibliografia
- Petersen KK, Milà-Alomà M, Li Y, Du L, Xiong C, Tosun D, Saef B, Saad ZS, Du-Cuny L, Coomaraswamy J, Mordashova Y, Rubel CE, Meyers EA, Shaw LM, Dage JL, Ashton NJ, Zetterberg H, et al. Predicting onset of symptomatic Alzheimer’s disease with plasma p-tau217 clocks. Nature Medicine. 2026. doi:10.1038/s41591-026-04206-y.
Domande frequenti sui biomarcatori ematici e l’Alzheimer
1. Che cos’è il biomarcatore p-tau217 e perché è fondamentale nella diagnosi?
Il p-tau217 è una forma fosforilata della proteina tau rilevabile nel plasma sanguigno, ormai affermata come uno dei marcatori più affidabili della patologia di Alzheimer. La sua importanza risiede nella possibilità di “inferire” i depositi cerebrali di proteine patologiche mediante un esame del sangue molto più accessibile della PET.
2. Con quale precisione un esame del sangue può prevedere l’esordio dei sintomi?
Secondo lo studio di Petersen et al. (2026), il modello matematico “a orologio” sviluppato può stimare l’età di esordio dei sintomi clinici con un margine di errore medio di soli 3-4 anni. Questo modello converte la concentrazione di p-tau217 in una stima di quanti anni siano trascorsi dall’inizio della patologia rilevabile.
3. Un esame del sangue può diagnosticare l’Alzheimer?
Attualmente, il p-tau217 consente di “inferire” la patologia cerebrale con elevata affidabilità, ma viene utilizzato principalmente per stimare la progressione e la comparsa dei sintomi, integrando la diagnosi clinica tradizionale.
4. In che modo l’età influisce sulla progressione dell’Alzheimer dopo un risultato positivo al p-tau217?
La ricerca rivela che la progressione è più lenta se la patologia inizia in età precoce:
- Se il biomarcatore è positivo a 60 anni, l’intervallo fino ai sintomi è di circa 20,5 anni.
- Se la positività compare a 80 anni, il tempo fino al decadimento cognitivo si riduce a 11,4 anni.
Ciò suggerisce che il cervello tolleri meglio l’accumulo della patologia quando questa inizia nelle fasi più precoci della vita.
5. Quale ruolo svolge la stimolazione cognitiva in caso di diagnosi precoce mediante biomarcatori?
La rilevazione precoce mediante p-tau217 consente di identificare le persone quando gli interventi cognitivi hanno il massimo impatto potenziale. Le piattaforme basate su evidenze scientifiche come NeuronUP consentono di:
- Adattare i programmi di riabilitazione alla specifica fase di progressione rilevata.
- Monitorare l’evoluzione funzionale del paziente a lungo termine.
- Integrare i progressi biomedici con un approccio incentrato sulla qualità di vita e sulla funzione cognitiva.







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