In occasione della Giornata Mondiale della Schizofrenia, la neuropsicologa Valeria Medina presenta le evidenze scientifiche sulla riabilitazione cognitiva nella schizofrenia come elemento centrale per promuovere l’autonomia e favorire l’inclusione.
Approccio neuropsicologico alla schizofrenia
La schizofrenia è un disturbo mentale complesso che influisce sul modo in cui una persona pensa, interpreta la realtà, si relaziona con gli altri e partecipa alla vita quotidiana (Strassnig et al., 2018). Sebbene il trattamento sia spesso incentrato sulla riduzione dei sintomi positivi (come allucinazioni e/o deliri), il recupero funzionale richiede di occuparsi anche della cognizione, dei sintomi negativi, dell’autonomia, dello stigma e della partecipazione sociale (Morin & Franck, 2017; Asher et al., 2022).
Molte persone con schizofrenia continuano a presentare difficoltà quotidiane anche quando i sintomi psicotici sono stabilizzati (Strassnig et al., 2018). Per questo, il trattamento dovrebbe favorire il reinserimento, inteso come recuperare ruoli, legami, attività significative e un ruolo attivo nella comunità (Morin & Franck, 2017; Ye et al., 2023).
Il trattamento integrato come fulcro per recuperare la partecipazione sociale
La schizofrenia non va considerata soltanto in termini di sintomi, ma anche per il suo impatto su indipendenza, partecipazione sociale, rendimento lavorativo e qualità della vita (Strassnig et al., 2018). Il trattamento farmacologico può stabilizzare i sintomi, ma il recupero funzionale richiede interventi psicosociali che affrontino la cognizione, i sintomi negativi, le barriere e lo stigma (Morin & Franck, 2017; Asher et al., 2022). Parlare di trattamento significa parlare di reinserimento, di tornare a partecipare ad attività significative, recuperare ruoli sociali e ricostruire un progetto di vita possibile (Morin & Franck, 2017).
Uno dei grandi ostacoli è che molte persone continuano a sperimentare limitazioni funzionali anche quando i sintomi positivi sono relativamente controllati (Strassnig et al., 2018). Questo divario spiega perché la riabilitazione deve far parte del trattamento standard e non essere considerata un intervento secondario (Vita et al., 2021). Il recupero non può ridursi all’assenza di sintomi, perché molte persone lo definiscono come la possibilità di vivere una vita valida e significativa anche in presenza di alcune difficoltà (Morin & Franck, 2017). Per questo, le interventi devono rivolgersi sia alla persona sia al suo contesto, integrando il trattamento clinico, la riabilitazione cognitiva, il supporto familiare, la riduzione dello stigma e opportunità reali di partecipazione comunitaria (Asher et al., 2022; Ye et al., 2023).
Funzioni cognitive alterate nella schizofrenia e il loro impatto sulla vita quotidiana
Le difficoltà cognitive sono caratteristiche della schizofrenia e compaiono in diversi domini, anche nei primi episodi psicotici (Gebreegziabhere et al., 2022; Tschentscher et al., 2023). Le funzioni più colpite includono velocità di elaborazione, memoria verbale, memoria di lavoro, attenzione, funzioni esecutive, cognizione sociale, fluenza verbale e memoria visiva (Gebreegziabhere et al., 2022). Queste alterazioni sono correlate con l’organizzazione delle attività, la risoluzione di problemi, la conversazione, l’apprendimento, il lavoro e la gestione sociale (Strassnig et al., 2018; Morin & Franck, 2017).
La velocità di elaborazione influisce sulla rapidità con cui la persona coglie, organizza e risponde alle informazioni dell’ambiente, mentre la memoria verbale e la memoria di lavoro sono essenziali per apprendere nuove informazioni, ricordare appuntamenti, seguire una conversazione o mantenere attivo un obiettivo (Gebreegziabhere et al., 2022; Tschentscher et al., 2023). Le funzioni esecutive permettono di anticipare i passaggi, prendere decisioni e correggere errori nelle attività della vita quotidiana, mentre la cognizione sociale influenza l’interpretazione delle emozioni, delle intenzioni e delle norme sociali (Morin & Franck, 2017; Gebreegziabhere et al., 2022). Per questo, il deterioramento di queste funzioni può rendere difficile il reinserimento sociale e occupazionale anche quando altri sintomi sono migliorati (Morin & Franck, 2017; Strassnig et al., 2018).
I sintomi negativi, come apatia, abulia e riduzione della motivazione sociale, sono strettamente correlati al funzionamento sociale. Anche livelli bassi di sintomi negativi possono associarsi a difficoltà sociali, il che suggerisce che non è necessario attendere quadri gravi per intervenire. Allo stesso tempo, la cognizione è più legata alle attività quotidiane e alla performance vocazionale, mentre i sintomi negativi sembrano avere un peso particolare nella vita sociale (Strassnig et al., 2018). Questa differenza aiuta a progettare piani individualizzati con intervento cognitivo, supporto motivazionale e partecipazione comunitaria (Morin & Franck, 2017).
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Barriere di accesso, stigma e accesso al trattamento nella schizofrenia
Il reinserimento non dipende unicamente dalle capacità individuali, perché l’ambiente può facilitare o limitare il recupero. Le barriere di accesso, la mancanza di servizi specializzati, l’isolamento sociale, la discriminazione e lo stigma possono amplificare la disabilità associata alla schizofrenia. Da una prospettiva basata sui diritti, la disabilità nasce anche da condizioni sociali che impediscono la partecipazione (Asher et al., 2022). Per questo, eliminare le barriere implica garantire l’accesso al trattamento, favorire l’aderenza, coinvolgere la famiglia, mobilitare risorse comunitarie e combattere atteggiamenti stigmatizzanti (Asher et al., 2022; Ye et al., 2023).
Lo studio RISE, condotto da Asher et al. (2022), ha mostrato che la riabilitazione basata sulla comunità, combinata con l’assistenza sanitaria, ha ridotto la disabilità e migliorato dimensioni come la partecipazione e l’interazione sociale in persone con schizofrenia. Questo modello ha incluso visite domiciliari, psicoeducazione, supporto all’aderenza, intervento familiare e mobilitazione comunitaria, mostrando che la riabilitazione agisce sulla persona e sul suo contesto.
La revisione di Ye et al. (2023) ha inoltre riscontrato che gli interventi di riabilitazione comunitaria hanno effetti positivi su sintomi e funzionamento, sebbene l’eterogeneità degli studi richieda di interpretare i risultati con cautela. Questi riscontri supportano l’idea che il reinserimento richiede reti di supporto, servizi accessibili e opportunità reali di partecipazione (Asher et al., 2022; Morin & Franck, 2017).
- Lo stigma può ridurre la ricerca di aiuto, ostacolare l’aderenza, limitare le opportunità lavorative e compromettere le relazioni sociali.
- La psicoeducazione può migliorare le conoscenze sulla malattia, favorire l’aderenza e ridurre le ricadute, sebbene il suo effetto diretto sul funzionamento psicosociale sia più variabile.
- Gli interventi familiari possono anche ridurre le ricadute e sostenere il funzionamento, specialmente quando aiutano a diminuire il carico familiare e a migliorare la comprensione del disturbo (Morin & Franck, 2017).
Per questo, eliminare le barriere deve includere educazione, accompagnamento familiare e azioni di sensibilizzazione comunitaria che permettano di ridurre i pregiudizi e aprire spazi di partecipazione (Asher et al., 2022; Morin & Franck, 2017).
Riabilitazione cognitiva per il reinserimento nella schizofrenia
La riabilitazione cognitiva o remediazione cognitiva è un intervento basato su allenamento cognitivo che mira a migliorare processi come attenzione, memoria, funzioni esecutive, cognizione sociale e metacognizione, con l’obiettivo che i benefici siano duraturi e si generalizzino nella vita quotidiana (Vita et al., 2021; Morin & Franck, 2017). Le evidenze meta-analitiche mostrano miglioramenti da piccoli a moderati in diversi domini cognitivi e benefici nel funzionamento (Lejeune et al., 2021; Vita et al., 2021). Questi benefici sono importanti per il reinserimento perché migliorare la cognizione non significa unicamente ottenere punteggi migliori in un test, ma aumentare la capacità di apprendere abilità, mantenere routine, partecipare ad attività significative e rispondere meglio a programmi di riabilitazione psicosociale (Vita et al., 2021; Morin & Franck, 2017).d
L’efficacia dell’intervento cognitivo sembra aumentare quando include la presenza di un terapeuta formato, lo sviluppo strutturato di strategie cognitive e l’integrazione con programmi di riabilitazione psichiatrica (Vita et al., 2021). Lejeune et al. (2021) hanno riscontrato che i programmi con gruppi di bridging, orientati a connettere le abilità apprese con la vita quotidiana, hanno prodotto effetti maggiori sulla cognizione globale e sulla memoria verbale. La stessa logica emerge in Vita et al. (2024), dove i benefici funzionali sono stati maggiori con trasferimento al mondo reale, integrazione con la riabilitazione, maggiore durata e formato di gruppo. Questo è rilevante per il reinserimento, perché allenare una funzione cognitiva senza lavorare sulla sua applicazione quotidiana può limitare l’impatto funzionale del trattamento (Vita et al., 2024; Lejeune et al., 2021).

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Il processo neuropsicologico permette di valutare il profilo cognitivo, identificare i punti di forza e adattare le strategie alle esigenze di ciascuna persona (Morin & Franck, 2017; Tschentscher et al., 2023). Questa valutazione è importante perché le difficoltà compaiono fin dalle fasi iniziali e tendono a persistere nel corso della malattia, pertanto individuarle precocemente può orientare interventi più mirati (Tschentscher et al., 2023). L’intervento cognitivo può operare in modo restaurativo, mediante la pratica ripetuta di esercizi, e in modo compensatorio, mediante strategie per organizzare le informazioni, semplificare i compiti, usare supporti esterni e adattare l’ambiente (Tschentscher et al., 2023; Morin & Franck, 2017). Queste strategie facilitano l’aderenza, l’autonomia, l’organizzazione del tempo e la partecipazione ad attività riabilitative, educative o lavorative (Vita et al., 2021; Vita et al., 2024).
La durabilità degli effetti è inoltre un argomento a favore dell’integrazione dell’intervento cognitivo nei servizi di salute mentale, poiché i miglioramenti possono mantenersi nel follow-up nella cognizione globale e nel funzionamento globale (Vita et al., 2024). Inoltre, i effetti funzionali possono richiedere tempo per manifestarsi, perché il trasferimento di un miglioramento cognitivo ad attività comunitarie, sociali o lavorative non avviene necessariamente in modo immediato (Vita et al., 2024).
L’evidenza recente suggerisce inoltre che la riabilitazione cognitiva può avere un impatto sui sintomi negativi, sebbene questo effetto debba essere interpretato con prudenza a seconda del tipo di programma e della popolazione studiata (Zhang et al., 2025; Lejeune et al., 2021). In uno studio su pazienti maschi ricoverati a lungo termine, la terapia cognitiva computerizzata ha migliorato la cognizione, i sintomi negativi e i livelli di GDNF, e il miglioramento nel ricordo di liste è stato associato a una riduzione dei sintomi negativi (Zhang et al., 2025). In termini clinici, questi risultati rafforzano la necessità di non separare cognizione, motivazione e funzionamento, perché i miglioramenti cognitivi possono favorire la partecipazione quando sono integrati con obiettivi significativi e supporto riabilitativo (Morin & Franck, 2017; Vita et al., 2024).
Riabilitare per reinserire, chiave nella schizofrenia
La riabilitazione deve essere intesa come una via per ridurre la disabilità, promuovere l’autonomia e favorire l’inclusione, non come una risorsa riservata ai casi cronici o di maggiore complessità (Vita et al., 2021; Asher et al., 2022). L’evidenza indica che la riabilitazione cognitiva può beneficiare una vasta gamma di persone con schizofrenia, anche coloro che presentano un maggiore coinvolgimento clinico o un livello educativo inferiore, pertanto limitarla a profili molto selezionati può aumentare le disuguaglianze di accesso (Vita et al., 2021). La riabilitazione comunitaria mostra che i sostegni non devono concentrarsi solo all’interno dello studio, perché la vita quotidiana si svolge nella famiglia, nel quartiere, sul lavoro e nelle reti sociali (Asher et al., 2022; Ye et al., 2023).
La reinserzione delle persone con schizofrenia richiede di combinare trattamento farmacologico, intervento neuropsicologico, psicoeducazione, supporto familiare, allenamento alle abilità, riduzione dello stigma e opportunità di partecipazione reale (Morin & Franck, 2017; Asher et al., 2022). L’intervento cognitivo fornisce un elemento centrale perché lavora su processi che sostengono l’autonomia, l’apprendimento e l’adattamento all’ambiente (Gebreegziabhere et al., 2022; Vita et al., 2024). Tuttavia, il suo maggiore potenziale emerge quando non resta limitato all’allenamento da scrivania, ma si collega con obiettivi di vita, attività comunitarie e programmi di riabilitazione orientati al recupero. Trattare la schizofrenia non significa solo ridurre i sintomi, ma creare condizioni cliniche, cognitive e sociali affinché la persona torni a occupare un ruolo attivo nella propria vita (Morin & Franck, 2017; Asher et al., 2022).
Il futuro della riabilitazione cognitiva nella schizofrenia per la reinserzione
L’evidenza esaminata permette di comprendere la schizofrenia come una condizione che richiede una risposta integrale e centrata sul recupero funzionale. Le alterazioni cognitive, i sintomi negativi, lo stigma e le barriere ambientali possono limitare l’autonomia e la partecipazione, pertanto il trattamento deve includere interventi che agiscano su questi fattori e non solo sulla sintomatologia psicotica (Strassnig et al., 2018; Asher et al., 2022).
La riabilitazione cognitiva e neuropsicologica favorisce la reinserzione perché rafforza processi necessari per apprendere, organizzarsi, relazionarsi e partecipare ad attività significative. Allo stesso tempo, il suo impatto aumenta quando si integra con programmi di riabilitazione, supporto familiare, psicoeducazione e opportunità di applicazione nella vita quotidiana. Perciò, eliminare le barriere, ridurre lo stigma e garantire la riabilitazione è una condizione necessaria per recuperare partecipazione, autonomia e senso di appartenenza sociale.
Bibliografia
- Asher, L., Birhane, R., Weiss, H. A., Medhin, G., Selamu, M., Patel, V., De Silva, M., Hanlon, C., & Fekadu, A. (2022). Community-based rehabilitation intervention for people with schizophrenia in Ethiopia (RISE): Results of a 12-month cluster-randomised controlled trial. The Lancet Global Health, 10(4), e530–e542. https://doi.org/10.1016/S2214-109X(22)00027-4
- Gebreegziabhere, Y., Habatmu, K., Mihretu, A., Cella, M., & Alem, A. (2022). Cognitive impairment in people with schizophrenia: An umbrella review. European Archives of Psychiatry and Clinical Neuroscience, 272(7), 1139–1155. https://doi.org/10.1007/s00406-022-01416-6
- Lejeune, J. A., Northrop, A., & Kurtz, M. M. (2021). A meta-analysis of cognitive remediation for schizophrenia: Efficacy and the role of participant and treatment factors. Schizophrenia Bulletin, 47(4), 997–1006. https://doi.org/10.1093/schbul/sbab022
- Morin, L., & Franck, N. (2017). Rehabilitation interventions to promote recovery from schizophrenia: A systematic review. Frontiers in Psychiatry, 8, Article 100. https://doi.org/10.3389/fpsyt.2017.00100
- Strassnig, M., Bowie, C., Pinkham, A. E., Penn, D., Twamley, E. W., Patterson, T. L., & Harvey, P. D. (2018). Which levels of cognitive impairments and negative symptoms are related to functional deficits in schizophrenia? Journal of Psychiatric Research, 104, 124–129. https://doi.org/10.1016/j.jpsychires.2018.06.018
- Tschentscher, N., Woll, C. F. J., Tafelmaier, J. C., Kriesche, D., Bucher, J. C., Engel, R. R., & Karch, S. (2023). Neurocognitive deficits in first-episode and chronic psychotic disorders: A systematic review from 2009 to 2022. Brain Sciences, 13(2), Article 299. https://doi.org/10.3390/brainsci13020299
- Vita, A., Barlati, S., Ceraso, A., Nibbio, G., Ariu, C., Deste, G., & Wykes, T. (2021). Effectiveness, core elements, and moderators of response of cognitive remediation for schizophrenia: A systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials. JAMA Psychiatry, 78(8), 848–858. https://doi.org/10.1001/jamapsychiatry.2021.0620
- Vita, A., Barlati, S., Ceraso, A., Nibbio, G., Durante, F., Facchi, M., Deste, G., & Wykes, T. (2024). Durability of effects of cognitive remediation on cognition and psychosocial functioning in schizophrenia: A systematic review and meta-analysis of randomized clinical trials. The American Journal of Psychiatry, 181(6), 520–531. https://doi.org/10.1176/appi.ajp.20230396
- Ye, X., Zeng, F., Wang, Y., Ding, R., Zhao, M., Zhu, D., & He, P. (2023). Effectiveness of community-based rehabilitation interventions on symptoms and functioning for people with schizophrenia: A systematic review and meta-analysis. Psychiatric Quarterly, 94, 501–529. https://doi.org/10.1007/s11126-023-10029-8
- Zhang, P., Chen, L., Qin, Q., Liu, C., Zhu, H., Hu, W., He, X., Tang, K., Yan, Q., & Shen, H. (2025). Enhanced computerized cognitive remediation therapy improved cognitive function, negative symptoms, and GDNF in male long-term inpatients with schizophrenia. Frontiers in Psychiatry, 15, Article 1477285. https://doi.org/10.3389/fpsyt.2024.1477285
Domande frequenti sui progressi nelle neuroscienze
1. Quali sono le funzioni cognitive più colpite nella schizofrenia?
Le alterazioni neuropsicologiche compaiono fin dalle fasi iniziali e interessano molteplici domini. Le funzioni più compromesse sono:
- Velocità di elaborazione: Influisce sulla rapidità nel cogliere, organizzare e rispondere agli stimoli dell’ambiente.
- Memoria verbale e di lavoro: Essenziali per trattenere nuove informazioni, ricordare appuntamenti o sostenere una conversazione.
- Funzioni esecutive: Complicano l’anticipazione dei passaggi, il processo decisionale e la correzione degli errori nella vita quotidiana.
- Cognizione sociale: Alterano l’interpretazione delle emozioni, delle intenzioni e delle norme sociali.
2. Qual è la differenza tra l’impatto dei sintomi negativi e il deterioramento cognitivo?
Sebbene entrambi i componenti interagiscano nel pronostico clinico, l’evidenza indica che impattano in modo differenziato sulla vita del paziente:
- La cognizione: È collegata in modo più diretto alle attività della vita quotidiana, alla capacità di apprendimento e alla performance di tipo vocazionale o lavorativo.
- I sintomi negativi: Manifestazioni come apatia, abulia o scarsa motivazione sociale esercitano un peso specifico e selettivo sulle relazioni e sulla vita sociale dell’individuo.
3. In cosa consistono le strategie compensative nella neuroriabilitazione nella schizofrenia?
A differenza delle tecniche restaurative —che si basano sulla pratica ripetuta di esercizi per recuperare un processo—, l’approccio compensativo mira a superare la difficoltà cognitiva attraverso adattamenti. Consiste nell’uso di supporti esterni, nella semplificazione dei compiti, in strategie di organizzazione e in modifiche dell’ambiente del paziente.
Questi strumenti sono essenziali nelle sessioni di stimolazione cognitiva perché facilitano in modo immediato l’autonomia, l’organizzazione del tempo e l’aderenza al trattamento.
4. Perché sono fondamentali i gruppi di bridging nella schizofrenia?
Allenare una funzione cognitiva in modo isolato nello studio dello psicologo o al computer offre un impatto funzionale molto limitato. I gruppi di bridging sono progettati specificamente per collegare e trasferire le abilità cognitive apprese alle situazioni reali della vita quotidiana del paziente.
La meta-analisi dimostra che i maggiori benefici funzionali e della cognizione globale a lungo termine si ottengono quando l’intervento si integra con la riabilitazione psichiatrica, ha una maggiore durata, si svolge in formato di gruppo e dà priorità al trasferimento nel mondo reale.








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