La neuropsicologa Lidia García Pérez spiega in questo articolo i meccanismi cognitivi dell’apprendimento senza errore e si chiede quando sarebbe una buona opzione di riabilitazione cognitiva.
L’apprendimento senza errore è un metodo comunemente utilizzato nella riabilitazione neuropsicologica della memoria, dato il vantaggio che offre ai pazienti amnesici rispetto all’apprendimento tradizionale, che permette e sfrutta gli errori. Tuttavia, esistono evidenze che i suoi risultati possono variare significativamente a seconda di diversi fattori come la gravità del danno, il compito specifico di apprendimento o il profilo neuropsicologico dei pazienti [1].
È dunque l’apprendimento senza errore la migliore opzione terapeutica per i deficit di memoria? E per altri deficit come quelli delle funzioni esecutive?
In questo post rivedo i meccanismi cognitivi che sono stati proposti per spiegare il vantaggio dell’apprendimento senza errore rispetto all’apprendimento con errori nella riabilitazione della memoria, con l’obiettivo che il loro aggiornamento possa essere utile per determinare quando questo tipo di tecnica può beneficiare i pazienti nel campo della neuroriabilitazione cognitiva.
In cosa consiste l’apprendimento senza errore?
L’apprendimento senza errore si riferisce a una forma di addestramento in cui si cerca di evitare che la persona che inizia ad apprendere una determinata informazione commetta errori, in contrapposizione all’apprendimento tradizionale, dove gli errori fanno parte dello stesso processo di apprendimento [es. 1].
Nell’ambito clinico, questo approccio si applica come principio da seguire nella riabilitazione di pazienti con deficit severi di memoria, poiché presentano un rischio particolare di imparare gli errori (e non dai errori) che commettono.
Metodo dell’apprendimento senza errore
Sebbene esistano diversi procedimenti, il metodo standard di apprendimento senza errore consiste nel presentare al paziente un frammento dell’informazione da apprendere (per esempio, un’immagine degradata di un oggetto, o la radice di una parola), immediatamente dopo presentargli anche la risposta corretta completa e quindi fare in modo che la ricodifichi in qualche modo (ripetendola verbalmente, scrivendola, ecc.).
Questo modo di procedere implica basare l’apprendimento esclusivamente sul processamento (ripetuto) dell’informazione, evitando il recupero dalla memoria a lungo termine mediante il ricordo libero per minimizzare la probabilità di errore.
Tuttavia, sappiamo che uno dei principi ben consolidati dell’apprendimento e della memoria è che la pratica del recupero dell’informazione favorisce di per sé il ricordo di quella informazione (e non per il processamento aggiuntivo che comporta [2, 3]). Pertanto, nella misura in cui sia restrittivo ed eviti i tentativi di recupero dell’informazione, l’apprendimento senza errore risulta una forma passiva di apprendimento che non sfrutta gli effetti della pratica del recupero.
I metodi di prova ed errore, d’altra parte, promuovono che il paziente compia tentativi di recupero, facilitando la consolidazione dell’apprendimento.
Una revisione sistematica recente di studi che mettevano alla prova il vantaggio dell’apprendimento senza errore rispetto ai metodi con errori in diverse popolazioni con problemi di memoria [1] ha concluso che, sebbene le evidenze suggeriscano in generale che questo approccio possa essere utile nella riabilitazione della memoria, non tutti i gruppi con questo tipo di alterazioni sembrano beneficiare dell’apprendimento senza errore più che dell’apprendimento con errori, e inoltre l’apprendimento senza errore presenta alcune limitazioni.
Perché allora l’apprendimento senza errore è considerato il metodo di scelta per la riabilitazione dei disturbi primari della memoria?
Meccanismi cognitivi del vantaggio dell’apprendimento senza errore
L’apprendimento senza errore ha cominciato a svilupparsi all’interno della riabilitazione di pazienti con grave amnesia anterograda, dopo che si era osservato che nonostante i gravi disturbi della memoria esplicita che mostravano, conservavano intatta la memoria procedurale [4, 5].
I primi studi che confrontarono la prestazione di memoria dopo apprendimento senza errori e con errori [4, 5] trovarono che, effettivamente, i pazienti con amnesia imparavano più parole quando venivano addestrati in modo da non commettere errori, rispetto a quando veniva impiegata una procedura con cui avevano commesso errori.
Questi primi lavori interpretarono che la superiorità dell’apprendimento senza errori fosse dovuta al modo in cui funziona la memoria implicita: durante l’apprendimento implicito la codifica obbedisce alla forza della risposta allo stimolo, essendo indifferente se la risposta è corretta o scorretta, per cui il ricordo implicito non differenzia tra errori e successi, bensì tra associazioni forti e deboli. Pertanto, gli autori di questi lavori conclusero che l’eliminazione degli errori migliora l’apprendimento dei pazienti amnesici perché evita l’influenza e la confusione dell’attivazione degli errori.
Da allora, il dibattito sui meccanismi amnesici del vantaggio dell’apprendimento senza errore si è sostanzialmente sviluppato intorno a due posizioni: la spiegazione basata sulla memoria implicita e la spiegazione basata sulla memoria esplicita [es. 1, 6, 7].
Spiegazione basata sulla memoria implicita
La spiegazione implicita sostiene che è il deterioramento della memoria esplicita dei pazienti con amnesia che li impedisce di ricordare gli errori che commettono, per cui, non potendoli ricordare e tenerli in conto nelle occasioni successive, continuano a commettere errori, dato che possono basare il loro apprendimento solo sulla memoria implicita.
Spiegazione basata sulla memoria esplicita
La spiegazione esplicita afferma che questi pazienti traggono maggiore beneficio dall’apprendimento senza errori che da quello con errori perché sfruttano la memoria esplicita residua. Il loro argomento si basa sull’osservazione che i pazienti con memoria esplicita più preservata si comportavano meglio dopo l’apprendimento senza errore rispetto ai pazienti con alterazioni più gravi della memoria esplicita [7].
Spiegazione basata sulla memoria della fonte o dell’origine
Una terza spiegazione fa riferimento alla memoria della fonte o dell’origine (source memory), la quale implica il ricordo del contesto di un evento in modo dissociato dal ricordo del suo contenuto [1, 7].
Secondo questa proposta, il deterioramento della memoria della fonte provocherebbe la difficoltà specifica a distinguere gli elementi appresi mediante feedback del terapeuta dagli elementi autogenerati, in modo che la persona confonda l’informazione da apprendere con i propri errori. Così, nella misura in cui questo tipo di memoria sia deteriorato, questa ipotesi predice che l’apprendimento senza errore sarà un’opzione migliore rispetto all’apprendimento con errori poiché evita l’interferenza di questi errori sul ricordo.
Altre possibili applicazioni dell’apprendimento senza errore: alterazioni dell’attenzione o delle funzioni esecutive
La capacità di rilevare e monitorare gli errori e di modificare il comportamento sulla base della retroazione o feedback sembrano quindi essere, pertanto, centrali nelle spiegazioni del perché l’apprendimento senza errore funziona meglio nei pazienti con amnesia rispetto al metodo del tentativo ed errore [1].
D’altra parte, è stato suggerito che la memoria della fonte sia in parte mediata dal lobo frontale [1, 7], in particolare dalle cortecce prefrontali sinistra e destra, che sono aree implicate nelle funzioni di attenzione e controllo esecutivo, così come nel rilevamento degli errori e negli aggiustamenti mediante il confronto degli inputs o stimoli in entrata con rappresentazioni interne della memoria a lungo termine.
Tutto ciò ha portato alcuni autori a pensare al coinvolgimento delle funzioni esecutive nel vantaggio dell’apprendimento senza errore. Recentemente, è stato proposto un ruolo chiave dei processi di attenzione e controllo esecutivo che influenzerebbero l’elaborazione di base dell’informazione, la memoria di lavoro e la memoria episodica [1].
In particolare, gli autori suggeriscono che, attraverso l’allocazione di risorse di attenzione sostenuta, i processi di controllo esecutivo “guidano l’elaborazione degli stimoli, permettono l’accesso diretto agli obiettivi e la manipolazione delle rappresentazioni interne, e sostengono il mantenimento di tali rappresentazioni. Pertanto, consentono il confronto di uno stimolo esterno con rappresentazioni interne immagazzinate e l’integrazione del ricordo del contenuto di un evento con la conoscenza della sua fonte o contesto (…). Di conseguenza, l’efficacia degli approcci (…) può variare in parte in funzione del grado in cui questi richiedono adeguatamente e sostengono il funzionamento ottimale dei processi attentivi” [1].
Pertanto, secondo questa proposta, nella misura in cui i processi attentivi e il monitoraggio degli errori sono critici per l’apprendimento, e nella misura in cui risultino compromessi nei pazienti neurologici, sarà importante considerare l’applicazione di procedure senza errore non solo nei pazienti con disturbi primari della memoria, ma anche nella riabilitazione di pazienti con alterazioni di attenzione sostenuta e/o funzioni esecutive.
Bibliografia
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