Il neuropsicologo Ángel Luis Martínez Nogueras spiega la relazione tra cardiopatia e il deterioramento cognitivo e cerebrale.
È ovvio che l’organo che cattura l’attenzione dei neuropsicologi è il cervello, non potrebbe essere diversamente. A sua volta, è anche ovvio che il cervello non è un ente indipendente o isolato, fa parte di un sistema globale e complesso come è il corpo umano, la cui salute dipende da un delicato equilibrio tra tutti i suoi sistemi. E questa parte sì che a volte la dimentichiamo noi neuropsicologi, lasciandoci trascinare da quella corrente travolgente che ci fa remare sempre verso il cervello, quella corrente cervellocentrica. Ma non tutto è inerzia e lasciarsi andare, come buoni intenditori dei processi di controllo attentivo, siamo stati capaci di reindirizzare il focus di attenzione e ampliare il nostro concetto di salute cerebrale.
Dall’ultimo periodo abbiamo iniziato a cercare la connessione tra corpo, cervello e cognizione, scoprendo che trattamenti come la chemioterapia, i fattori di rischio come la malattia cardiovascolare, condizioni come il cancro, le malattie renali o, come nel caso che ci occupa oggi, le cardiopatie, hanno ripercussioni sistemiche e possono influire anche sulla salute del cervello e sul suo funzionamento, come un altro elemento del sistema.
Relazione tra cardiopatia e deterioramento cognitivo e cerebrale
Sebbene vada anche detto che le descrizioni del profilo neuropsicologico pubblicate sono, in generale, eccessivamente vaghe, c’è poca concretezza. Questo fatto può essere dovuto al fatto che molti di questi studi utilizzano soltanto test di screening cognitivo come misure di rendimento neuropsicologico.
Le misure di screening solitamente forniscono come risultato un numero, un punteggio globale che si usa come punto di demarcazione tra la normalità e il deterioramento cognitivo. Senza dubbio, questa forma di valutazione cognitiva è povera, perdendo la possibilità di riflettere il vero stato cognitivo dei pazienti, non permettendo un’interpretazione della valutazione neuropsicologica dal punto di vista dell’analisi per processi cognitivi (MILBERG 3), un’analisi molto più interessante e ricca rispetto ai punteggi generali dei test di screening.
Per non menzionare il resto delle limitazioni che questo tipo di test presenta per la valutazione di popolazioni cliniche nelle quali si sospetta un deterioramento cognitivo sottile, come nel caso dei pazienti con cardiopatia. In ogni caso, le conclusioni riguardo al deterioramento cognitivo in questa popolazione sono abbastanza simili e descrivono un profilo neuropsicologico caratterizzato da deficit attentivi, amnestici, esecutivi e di velocità di elaborazione dell’informazione (4).
Alterazioni dello stato d’animo
Si riscontrano anche alterazioni dello stato d’animo come ansia e depressione, cosa abbastanza comprensibile dopo aver sofferto di una cardiopatia. Tuttavia, se approfondiamo un po’ l’analisi del profilo neuropsicologico di questi pazienti, risalta il livello di deterioramento di alcuni processi esecutivi, insieme a un notevole rallentamento della velocità di elaborazione dell’informazione.
A partire da quanto detto sopra, e se applichiamo a questa popolazione la teoria di Salthouse (5) sull’incidenza della velocità di elaborazione dell’informazione sul resto della cognizione, e aggiungiamo il ruolo dei deficit esecutivi nella codifica e nel recupero delle informazioni immagazzinate nella memoria, possiamo iniziare a costruire un’ipotesi più concreta sul deterioramento cognitivo osservato nei cardiopatici.
Integrità strutturale e funzionale del cervello
Ma la salute cerebrale non si riduce solo alla corretta funzione cognitiva, conta anche l’integrità strutturale e funzionale del cervello. Su questo tema sono stati pubblicati dati che indicano una serie di regioni cerebrali che potrebbero essere più vulnerabili alle variazioni fisiologiche che si succedono dopo aver subito una cardiopatia. Tra queste regioni si trovano la formazione ippocampale, la corteccia cingolata anteriore, la corteccia prefrontale, aree parieto-temporali e la sostanza bianca. Inoltre, sebbene più scarsi, disponiamo anche di alcuni dati di connettività funzionale cerebrale, che hanno mostrato alterazioni della connettività in regioni orbitofrontali mediali, tipicamente correlate alle funzioni esecutive (7).

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Variabilità interindividuale
Una volta constatata la relazione tra cardiopatia e deterioramento cognitivo e cerebrale, bisogna fare un passo in più. La neuropsicologia come scienza non può fermarsi alla mera descrizione di un fenomeno, deve anche spiegarlo e prevederlo. Ed è, in questo punto, dove risiede gran parte dell’interesse degli studi sui cardiopatici, dato che un’altra delle conclusioni tratte dai vari lavori su questo tema è che esiste un’alta variabilità interindividuale nella presenza di deficit neuropsicologici in questa popolazione. Cioè, ci sono pazienti che li mostrano e altri che non li mostrano.
Allora, dobbiamo chiederci: quali fattori stanno mediando questa variabilità? Le principali ipotesi che si avanzano per cercare di spiegare la relazione tra cardiopatia e deterioramento cognitivo ruotano attorno a una serie di variabili come:
- Riduzione del livello di saturazione di ossigeno nell’encefalo
- Ipopervasione cerebrale (danno cerebrale ischemico)
- Neuroinfiammazione
- Stato funzionale del miocardio
- Trattamento con antitrombotici
- Fattori di rischio di malattia cardiovascolare (fumo, ipertensione arteriosa, diabete mellito, obesità e sedentarietà).
Pur non essendoci ancora dati conclusivi in merito, sembrano assumere rilievo variabili correlate allo stato funzionale del miocardio, come, per esempio, la frazione di eiezione del ventricolo sinistro, che rappresenta la capacità del miocardio di espellere sangue a ogni sistole e irrorare il resto del corpo. O detto in modo semplificato, se si danneggia la macchina che fornisce al corpo sangue, nutrienti e ossigeno, possiamo sospettare che il cervello, un organo molto sensibile, soffra e si danneggi quando i livelli di perfusione sanguigna e ossigeno cadono al di sotto di una soglia critica.
Attività della vita quotidiana
E la ciliegina sulla torta, la questione che chiude il cerchio nell’attenzione ai pazienti neuropsicologici. La letteratura indica, senza dubbio, che la individuazione del deterioramento cognitivo è fondamentale per la sua rilevante incidenza sul corretto svolgimento delle attività della vita quotidiana. Questa considerazione è applicabile anche ai pazienti con cardiopatie, poiché un ipotetico deterioramento cognitivo potrebbe interferire con la capacità di questi di svolgere attività legate all’autocura, l’assunzione di farmaci, l’attuazione di programmi sanitari, il rispetto dei programmi di riabilitazione cardiaca, il ritorno al lavoro, il tempo libero e le relazioni sociali. In definitiva, con il benessere, l’indipendenza e la qualità della vita di questi pazienti (8).
Bibliografia
- Sito web della fondazione del cuore: https://fundaciondelcorazon.com/informacion-para-pacientes/enfermedades-cardiovasculares.html
- Eggermont LH, De Boer K, Muller M, Jaschke AC, Kamp O, et al. (2012) Cardiac disease and cognitive impairment: a systematic review. Heart 98:1334-30.
- Kaplan, E. (1988). The process approach to neuropsychological assessment. Aphasiology, 2(3-4), 309-311.
- Dardiotis, E., Giamouzis, G., Mastrogiannis, D., Vogiatzi, C., Skoularigis, J., Triposkiadis, F., &Hadjigeorgiou, G. M. (2012). Cognitive impairment in heartfailure. Cardiology Research and Practice, 1. https://doi.org/10.1155/2012/595821.
- Salthouse, T. A. (1996). Theprocessing-speed theory of adult age diffe-rences in cognition. Psychologicalreview, 103(3), 403.
- Almeida OP, Garrido GJ, Beer C, Lautenschlager NT, et al. (2012). Cognitive and brain changes associated with ischaemic heart disease and heart failure. Europeanheartjournal 2012; 34: 1769-1776. 7.
- Bernard C, Catheline G, Dilharreguy B, Couffinhal T, et al. Cerebral changes and cognitive impairment after an ischemic heart disease: a multimodal MRI study. Brainimaging and behavior 2015
- Zuccala, G., Onder, G., Pedone, C., Cocchi, A., Carosella, L., Cattel, C., … & Bernabei, R. (2001). Cognitivedysfunction as a major determinant of disability in patients with heart failure: resultsfrom a multicentresurvey. Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, 70(1), 109-112.







Stile attribuitivo nella schizofrenia
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