La malattia di Alzheimer è la causa più frequente di demenza e costituisce una delle grandi sfide sanitarie dell’invecchiamento. Il suo esordio è di solito lento e insidioso e interessa dapprima le aree del cervello legate a memoria, pensiero e linguaggio, in particolare strutture come l’ippocampo e la corteccia entorinale, fondamentali per il consolidamento dei ricordi.
Nelle fasi iniziali i sintomi possono essere confusi con le dimenticanze tipiche dell’età. Tuttavia la malattia avanza in modo progressivo e finisce per interessare altre funzioni cognitive e l’autonomia personale. Con il tempo, le persone con Alzheimer possono smettere di riconoscere i familiari più stretti e presentare notevoli difficoltà nelle attività di base della vita quotidiana, come vestirsi, lavarsi, orientarsi o preparare il cibo.
Oltre ai problemi di memoria, altri sintomi frequenti sono l’alterazione della capacità di ragionamento, l’afasia (difficoltà nel linguaggio), l’aprassia (difficoltà a eseguire movimenti appresi), la perdita della capacità spaziale e i cambiamenti di personalità o di carattere, come apatia, irritabilità, agitazione, sospettosità o disinibizione.
La portata del problema
L’impatto dell’Alzheimer è sempre maggiore a causa dell’invecchiamento della popolazione. Attualmente oltre 55 milioni di persone convivono con una demenza nel mondo, e si stima che questa cifra possa arrivare a 78 milioni nel 2030 e a 150 milioni nel 2050.
In Europa i dati del 2025 stimano oltre 9 milioni di persone con demenza nell’Unione Europea e oltre 12 milioni nell’intero continente. In Spagna la situazione è particolarmente rilevante: si calcola che circa un milione di persone convivano con una demenza, e l’Alzheimer rappresenta approssimativamente il 70-77% dei casi. Inoltre la Spagna potrebbe essere uno dei Paesi europei con la maggiore crescita di casi nei prossimi decenni.
Si è osservato anche un maggiore coinvolgimento delle donne. Di fatto, circa il 65% delle persone con demenza sono donne, il che rafforza la necessità di studiare questa malattia anche in una prospettiva di genere.
Caratteristiche patologiche
Come caratteristiche patologiche della malattia di Alzheimer si è riscontrata una formazione progressiva di placche senili e grovigli neurofibrillari nella corteccia cerebrale, oltre a una perdita neuronale e sinaptica.
Le placche senili sono formate principalmente da depositi di beta-amiloide, una proteina che si accumula all’esterno dei neuroni. I grovigli neurofibrillari, invece, derivano da un’alterazione della proteina tau, che in condizioni normali contribuisce a mantenere la struttura interna del neurone. Quando questa proteina viene iperfosforilata, perde la propria funzione e si aggrega all’interno delle cellule nervose, contribuendo al loro deterioramento e alla loro morte.
Tutto questo processo provoca una disconnessione progressiva tra i neuroni, una riduzione della comunicazione sinaptica e, infine, un’atrofia cerebrale visibile agli esami di neuroimaging.
Fattori genetici e di rischio
Sebbene la maggior parte dei casi sia sporadica, esiste una componente genetica importante. In una piccola percentuale di casi, soprattutto a esordio precoce, la malattia è correlata a mutazioni in tre geni specifici:
- APP
- PSEN1
- PSEN2
Queste forme ereditarie compaiono di solito prima dei 65 anni.
Nei casi a esordio tardivo, il fattore genetico di suscettibilità più noto è l’allele APOE ε4, che aumenta il rischio di sviluppare la malattia e può influire su una progressione più rapida.
Accanto alla genetica sono stati individuati anche fattori di rischio modificabili che possono contribuire alla comparsa o alla progressione dell’Alzheimer, come:
- Diabete mellito
- Malattie cardiovascolari
- Sedentarietà
- Malnutrizione
- Traumi cranioencefalici
- Perdita uditiva non trattata
- Perdita visiva
- Isolamento sociale
Ciò rafforza l’idea che la salute cerebrale sia strettamente legata alla salute vascolare, metabolica e funzionale.
Evoluzione clinica
La malattia di Alzheimer non compare in modo brusco, ma evolve in diverse fasi.
Fase preclinica
I cambiamenti cerebrali possono iniziare anni prima della comparsa dei primi sintomi visibili. In questa fase non vi è ancora una compromissione funzionale evidente, sebbene si stiano già producendo depositi di beta-amiloide e alterazioni della tau.
Deterioramento cognitivo lieve
In questa fase compaiono i primi cedimenti della memoria, soprattutto per i fatti recenti, oltre a difficoltà sottili nel linguaggio, nell’organizzazione o nell’orientamento. La persona mantiene ancora gran parte della propria autonomia, ma inizia a notare che alcuni compiti richiedono più sforzo.
Demenza lieve o moderata
Qui il deterioramento interferisce chiaramente con la vita quotidiana. Sorgono difficoltà nel gestire il denaro, seguire le conversazioni, pianificare attività, riconoscere luoghi o mantenere la routine. Possono comparire anche agitazione, apatia, disturbi del sonno o episodi di vagabondaggio.
Demenza grave
Nella fase avanzata la dipendenza è quasi totale. La persona perde gran parte del linguaggio, smette di riconoscere l’ambiente circostante e presenta incontinenza, difficoltà a deglutire e un importante deterioramento fisico. In questo stadio le cure sono continue.
Criteri diagnostici
D’altra parte, per considerare la malattia di Alzheimer devono coesistere i seguenti criteri diagnostici:
- Demenza stabilita mediante diagnosi clinica e documentata da test.
- Deficit in due o più aree cognitive.
- Peggioramento progressivo della memoria e di altre aree cognitive.
- Assenza di alterazione della coscienza.
- Esordio tra i 40 e i 90 anni.
- Assenza di un’altra malattia cerebrale o sistemica che possa influire sulla cognizione.
Attualmente, oltre a questi criteri clinici tradizionali, la diagnosi dell’Alzheimer si basa sempre più su biomarcatori, il che consente di individuare la malattia con maggiore precisione, anche in fasi precoci.
Biomarcatori attuali
Per anni lo studio del liquido cerebrospinale e la PET amiloide o tau sono stati i principali strumenti biologici. Oggi uno dei progressi più rilevanti è lo sviluppo di biomarcatori ematici, in particolare la p-Tau217, che si è rivelata molto utile per individuare la patologia di Alzheimer con una tecnica molto meno invasiva.
In forma semplificata, oggi la diagnosi può combinare:
- Valutazione clinica e neuropsicologica
- Neuroimaging strutturale
- Biomarcatori di amiloide
- Biomarcatori di tau
- Marcatori di neurodegenerazione e infiammazione
Ciò ha modificato l’approccio diagnostico, passando da un modello puramente clinico a uno clinico-biologico.
Fattori prognostici
Tra i fattori prognostici di questa malattia troviamo:
- Compromissione visuospaziale
- Segni extrapiramidali
- Psicosi e depressione
- Gravità iniziale e disabilità funzionale
- Malnutrizione, diabete mellito, mancanza di esercizio fisico e malattie cardiovascolari
A questi fattori si aggiunge che la presenza precoce di alterazioni comportamentali, apatia marcata, disorientamento intenso o sintomi motori si associa di solito a un’evoluzione più rapida e a una maggiore dipendenza funzionale.
Trattamento
Infine, per quanto riguarda il trattamento, non esiste attualmente alcun farmaco in grado di curare la malattia di Alzheimer né di invertire completamente il danno già prodotto. Disponiamo tuttavia di diverse strategie terapeutiche che possono alleviare i sintomi, rallentare la progressione in determinati casi e migliorare la qualità della vita.
Trattamento farmacologico sintomatico
I trattamenti più utilizzati nelle fasi iniziali e moderate sono gli inibitori dell’acetilcolinesterasi, come:
- Donepezil
- Rivastigmina
- Galantamina
Questi farmaci aiutano a mantenere più a lungo la funzione cognitiva in alcuni pazienti.
Nelle fasi moderate e gravi può essere impiegata anche la memantina, che agisce sul sistema glutamatergico e può contribuire a stabilizzare parzialmente i sintomi.
Nuove terapie modificanti
Negli ultimi anni sono comparsi trattamenti diretti contro la beta-amiloide, come lecanemab e donanemab, indicati nelle fasi molto iniziali della malattia e in pazienti accuratamente selezionati. Questi trattamenti non recuperano la funzione perduta, ma mirano a modificare la progressione biologica dell’Alzheimer.
Il loro impiego richiede una conferma preliminare della patologia amiloide e un monitoraggio stretto, poiché possono produrre effetti avversi rilevanti, in particolare alterazioni rilevabili alla risonanza magnetica.
Interventi non farmacologici
L’approccio all’Alzheimer non deve concentrarsi solo sui farmaci. Gli interventi non farmacologici sono fondamentali e devono essere adattati a ogni persona. Tra i più utili spiccano:
- Stimolazione cognitiva
- Terapia occupazionale
- Esercizio fisico adattato
- Mantenimento delle routine
- Musicoterapia
- Adattamento dell’ambiente
- Supporto emotivo e psicoeducazione ai familiari
Si è visto inoltre che una buona alimentazione, la prevenzione della disidratazione e il trattamento di problemi come la disfagia sono determinanti nelle fasi avanzate.
Impatto familiare e sociale
L’Alzheimer non colpisce solo la persona che ne soffre. Ha anche un forte impatto sui caregiver e sulla famiglia. Gran parte del costo economico ed emotivo della malattia ricade sull’ambiente più prossimo, che di solito si fa carico della cura quotidiana per anni.
Il sovraccarico del caregiver è molto frequente, soprattutto quando compaiono alterazioni comportamentali, dipendenza fisica o disturbi del sonno. Per questo l’accompagnamento del caregiver, l’accesso a gruppi di supporto e l’intervento psicosociale sono una parte essenziale del trattamento integrale.
Conclusione
La malattia di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa complessa, progressiva e multifattoriale. Sebbene inizi in modo lento, il suo avanzare influisce profondamente sulla memoria, sul linguaggio, sulla condotta, sulla funzionalità e sull’autonomia della persona.
Oggi sappiamo che non si tratta soltanto di un quadro clinico, ma di un processo biologico che può iniziare molti anni prima dei sintomi. I progressi nei biomarcatori, soprattutto ematici, e lo sviluppo di nuove terapie stanno cambiando il modo di diagnosticare e affrontare la malattia. Ciononostante, la prevenzione, la diagnosi precoce, l’assistenza integrale e il sostegno alle famiglie restano pilastri fondamentali.











