Il Dr. in Psicologia Ignacio Ayerbe Puebla ci parla del disturbo di personalità. In concreto, spiega che cos’è, la sua natura, i tipi, il trattamento e la realtà.
La nostra comprensione del disturbo di personalità è limitata. Che cos’è? Quali sintomi presenta? Perché succede? Come lo definisci? Come lo affronta chi lo subisce e come lo affronta il suo ambiente? Perché esiste qualcosa del genere nell’umanità che influisce su situazioni personali e sociali di chi ne soffre e di chi no?
Fondamenti del disturbo di personalità
Nel disturbo di personalità c’è bisogno e sofferenza. Cosa sente e pensa una persona con disturbo di personalità? Che immagine ha di se stessa e quale significato attribuisce al mondo? In quale misura accede ai propri e altrui pensieri? Riconosce le sue sensazioni e i suoi pensieri come sbagliati?
Immaginiamo una persona che vive con l’aspettativa del rifiuto, con una storia personale di comportamenti disadattivi. In un colloquio di lavoro, incapace di leggere l’atteggiamento amichevole dell’intervistatore, interpreta disprezzo, la sua apparente competenza si trasforma in un atteggiamento di passività attiva accompagnato da sensazione di rabbia e dolore emotivo, e infine autoinvalidazione.
Rifiuta il lavoro senza completare il colloquio prima di essere giudicato. Perché? Se cerchiamo la funzionalità di questo comportamento, potremmo considerare che si tratta di un modo per evitare la valutazione a cui si sente sottoposto e con essa il dolore emotivo che soffre. Per farlo, invalida l’intervistatore e si autoesclude prima che l’intervistatore lo possa rifiutare.
A breve termine è un comportamento utile. Possiamo per tanto, tentare di comprendere il comportamento del disturbo di personalità in termini della sua funzione, non della sua forma.
Il dilemma lo troviamo dunque, tra la funzionalità percepita del modello di pensieri e comportamenti disadattivi e le aspettative della cultura circostante, che conducono all’incertezza, che ci colloca in un’inconsistenza cognitiva, una disregolazione emotiva o un’imprevedibilità comportamentale dalla quale si deriva per causa psicologica un comportamento (sebbene funzionale dalla prospettiva delle persone con disturbo di personalità) un comportamento dico, scorretto in riferimento al contesto in cui si sviluppa, generando in chi ne soffre importanti limitazioni nella sua capacità di gestione della vita, sofferenza e vulnerabilità.

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Cos’è la personalità?
L’uso generalizzato del termine personalità, mette in luce una ambiguità significativa che impedisce una definizione maggioritaria.
Nonostante questa significativa diversità, le definizioni coincidono nel considerare in primo luogo, sia la totalità del comportamento manifesto, sia l’esperienza privata; in secondo luogo la persistenza e la permanenza delle sue caratteristiche; in terzo luogo la singolarità del carattere unico in ogni persona; e infine l’utilità della categorizzazione per descrivere, spiegare e prevedere in modo affidabile, comportamenti sulla base di un costrutto ipotetico sul comportamento a cui chiamiamo personalità.
I modelli di personalità cercano relazioni di causa-effetto nel fisiologico, nello psicologico o nel socioculturale che si muovono tra l’ereditato e l’apprendimento, e determinano un comportamento abituale o modo di essere, abbracciando sia il comportamento manifesto, sia l’esperienza cognitiva ed emotiva.
Questo schema di comportamento comporta uno stile di vita radicato che influenza il modo di interpretare la realtà, pensare, sentire e agire con un comportamento coerente che si forgia tra il temperamento ereditato, e il carattere unico, coscientemente determinato, acquisito nel corso della vita per le esperienze e le influenze sociali e culturali, prodotto dell’integrazione dei processi di ogni persona.

Il valore della personalità
Nonostante l’obiettivo di descrivere le persone in modo affidabile assegnando loro la categoria definitiva, la personalità nella sua condizione dinamica ed evolutiva, presenta una coerenza transsituazionale e aperta all’incorporazione di conoscenze e opinioni, disposta al dibattito razionale e pertanto suscettibile di presentare comportamenti differenti, nella misura in cui cambia la situazione concreta in cui si sviluppa, e innovativi a seconda delle nuove variabili che partecipano.
Per questo, il suo valore trascende l’ambito privato fino alle interazioni umane, poiché l’integrazione del temperamento -concepito come eredità genetica-, la biografia -o storia personale di ciò che facciamo e ci accade nella vita-, e il carattere -come parte appresa del comportamento forgiato nell’educazione, nella famiglia e nell’ambiente immediato-, intesa questa somma come personalità, è la base della competenza sociale di un essere umano (De Waele y Harre, 1976).
Il percorso della personalità
Il percorso per raggiungere questa competenza sociale della personalità matura, che determina i modelli di comportamento delle persone, richiede di sconfiggere i pensieri automatici con l’aiuto dell’interpretazione razionale; per ottenerlo, l’interpretazione razionale conferisce significato ai sentimenti; questi acquisiscono credito emotivo e il supporto empirico dell’esperienza con le azioni; poi, le azioni allenano l’abitudine integrando conoscenza, capacità e desiderio; e infine, l’abitudine conforma il carattere che definisce la personalità.
E cos’è il disturbo mentale?
Il secondo concetto che è necessario spiegare è quello di disturbo. Un disturbo mentale si caratterizza per un’alterazione significativa dello stato cognitivo, della regolazione emotiva o del comportamento manifesto, che riflette una disfunzione dei processi psicologici, biologici o dello sviluppo (DSM-5). Il termine viene usato per indicare comportamenti identificabili da un gruppo di sintomi riconoscibili che interferiscono nell’attività dell’organismo (CIE-10)
Attualmente non comprendiamo i disturbi mentali come classificazioni naturali, poiché non esistono nella realtà come tali. Le categorie che usiamo sono costrutti che ci aiutano a comprendere le leggi generali che regolano il comportamento anormale per causa psicologica e ci orientano per trattare i problemi del disturbo psicopatologico della personalità.
Non esistono pertanto malattie, esistono persone in cui funzionano in modo scorretto meccanismi di costruzione dell’immagine di sé, definizione dell’identità personale e sociale, interpretazione emotiva, attribuzione di significato del mondo, strategie di soluzione dei problemi, attribuzione sociale, relazioni interpersonali; in definitiva, esistono persone che richiedono una attenzione psicologica individualizzata.
Che cos’è il disturbo di personalità?
Quando le persone estendono il loro particolare disadattamento a diversi contesti della vita interiore e della vita sociale limitando la loro capacità e causando il loro malessere e quello di chi li circonda, ci troviamo di fronte al disturbo di personalità.
Il criterio accettato dal DSM per il disturbo di personalità è quello di un modello persistente di esperienza interna e di comportamento discorde rispetto alla cultura circostante che provoca un malessere significativo e un deterioramento nel funzionamento familiare, sociale e lavorativo.
Natura del disturbo di personalità
Siamo lontani dal comprendere la natura della relazione tra tratti di personalità e disturbo di personalità. Diversi modelli propongono i tratti di personalità come fattore vulnerabile per il disturbo di personalità o viceversa.
Altri, ipotizzano l’esistenza di un’influenza reciproca con una continuità derivata dalla dipendenza dai fattori temperamentali innati (Gutiérrez, 1996), base del carattere appreso che definisce la personalità.
Dimaggio y Semerari riconduscono il disturbo di personalità a un deficit cognitivo o emotivo di metarappresentazione del sé, che influisce sul modo in cui la persona organizza le emozioni e il sistema di significati del suo mondo interiore, il senso di appartenenza al mondo e le relazioni con gli altri.
Eziologia
Per parte sua, la eziologia del disturbo di personalità, sebbene complessa e indefinita, descrive tra le sue cause:
- a) Fattori di vulnerabilità genetica per influenza dell’eredità genetica che agisce sia a livello individuale sia in associazione a fattori ambientali anomali.
- b) Alterazione dei neurotrasmettitori implicati nella regolazione degli impulsi, dell’aggressività e dell’affetto, che potrebbero contribuire a una risposta eccessiva allo stress e a una ipersensibilità emotiva nelle relazioni interpersonali.
- c) Disfunzione neurobiologica che descrive evidenze di un deficit strutturale e funzionale in aree cerebrali chiave per la regolazione dell’affetto, dell’attenzione, dell’autocontrollo e della funzione esecutiva, e evidenza scientifica in relazione a strutture cerebrali implicate nella componente di alterazione relazionale (Stanley y Siever, 2010).
- d) Fattori psicosociali e caratteristiche contestuali tendono a essere considerati predisponenti facilitatori della disfunzione di personalità.
- e) Processi di attaccamento derivanti da relazioni di attaccamento insicure o disorganizzate che suggeriscono un fallimento nello sviluppo della capacità di mentalizzazione. (Mirapeix, Vázquez, Gómez y Artal, 2017).
Nonostante la certezza circa la partecipazione di queste aree nella costruzione del sé e nella costruzione della realtà percepita, non abbiamo una comprensione completa del cervello che la colleghi alle fondamenta della personalità.
Tipi di disturbo di personalità
I disturbi di personalità sono complessi da valutare. Richiedono la rilevazione di un insieme ampio e eterogeneo di tratti, sintomi e comportamenti, una valutazione della durata e dell’inflessibilità dei sintomi e la verifica di come questi producono malessere emotivo e deterioramento funzionale in diversi ambiti della vita. (Mirapeix, Vázquez, Gómez y Artal, 2017).
I modelli instabili di pensiero e i comportamenti disadattivi, chiamati anche comportamenti scorretti o poco salutari, si inquadrano in tre gruppi:
Disturbi di personalità gruppo A
Subiscono scarsa variazione nel corso della vita, caratterizzati da una persistenza di pensieri e comportamenti eccentrici e strani, con situazioni sociali particolarmente problematiche per sfiducia e interpretazione malevola, introversione e bassa socievolezza, tra cui si trovano il disturbo schizoidico di personalità (sfiducia), il disturbo schizotipico di personalità e il disturbo paranoide di personalità.
Disturbi di personalità gruppo B
Con tendenza a declinare nella maturità, caratterizzati da pensieri e comportamenti emotivamente imprevedibili ed estremi, labilità affettiva e condotta dirompente. Comprendono il disturbo borderline di personalità, il disturbo antisociale di personalità, il disturbo istrionico di personalità e il disturbo narcisistico di personalità.
Disturbi di personalità gruppo C
Con presenza di nevroticismo, caratterizzati da pensieri e comportamenti dominati da ansia e paura con alta dipendenza e nevroticismo e uso prevalente di negazione, razionalizzazione, evitamento e inibizione come il disturbo di personalità evitante, il disturbo di personalità dipendente e il disturbo di personalità ossessivo-compulsivo. Inoltre esiste la categoria del disturbo depressivo della personalità, caratterizzato dalla difficoltà nel provare piacere, e il disturbo passivo-aggressivo, determinato da conflitti intrapsichici.
Diagnosi e trattamento del disturbo di personalità
Il costrutto di tipologie del DSM e della CIE ci aiuta a stabilire una diagnosi di disturbo di personalità che, dopo aver superato la resistenza alla valutazione di chi ne soffre, richiede valutare il comportamento manifesto, la cognizione, il controllo degli impulsi e le relazioni interpersonali (esistono diversi strumenti conformi ai criteri diagnostici DSM-4 e CIE-10).
Seguendo Quiroga e Erraste, non esiste alcun trattamento empiricamente dimostrato per trattare tutti i disturbi di personalità in generale; il trattamento di scelta maggiormente accettato è la psicoterapia, dove esiste una strategia di gestione psicoterapeutica specifica per i diversi disturbi di personalità. Nelle terapie comportamentali e cognitive sono state componenti importanti la soluzione dei problemi e la gestione delle crisi, la ristrutturazione cognitiva e la formazione di abilità inquadrate nell’ambito della alleanza terapeutica.
Dal punto di vista farmacologico, i vari trattamenti impiegati fino ad oggi sono stati indirizzati esclusivamente al controllo sintomatologico. I migliori risultati si sono ottenuti con quelli che riducono l’impulsività nelle situazioni di crisi e con quelli che stabilizzano l’umore.
In ogni caso, abbiamo già espresso che non esistono malattie, esistono persone con disturbo di personalità che, come spiega Millon, richiedono modalità combinate e progettate strategicamente in modo sequenziale; pertanto, aggiungiamo, personalizzate. Attenendosi alle leggi del funzionamento umano che devono essere affrontate in modo sistematico, lo stesso Millon propone come dimensioni di base il proposito dell’esistenza personale, il modo di adattamento, l’interesse per la sopravvivenza e la discendenza e gli stili personali per rappresentare le esperienze della vita sotto forma di significati personali.
Vivere con disturbo di personalità
Affrontare le complicazioni quotidiane del disturbo di personalità comporta uno sforzo permanente per conoscersi e imparare a gestire i giorni difficili. La persona con disturbo di personalità vive in una discrepanza persistente tra l’esperienza privata e ciò che la società descrive come comportamento adeguato. Questa discordanza rafforza credenze, assunti disfunzionali e comportamenti inadeguati che generano il contesto motivazionale del disturbo di personalità.
L’esperienza di Anna
La sofferenza della persona con disturbo di personalità la ritroviamo nella testimonianza di Anna diagnosticata con disturbo borderline di personalità:” …per me rappresenta un grande problema non avere stabilità emotiva, i miei repentini cambi d’umore fanno sì che le persone non sappiano come trattarmi e si allontanino…evito la sofferenza interrompendo la relazione prima che mi abbandonino…la società è mediocre…non vorrei essere così semplice come gli altri…comincio a capire cosa mi succede…Tuttavia continuo e continuerò a pensare di non appartenere a questa società” (Frías, A. Vivir con trastorno límite. pp.109-110).
Gli effetti di questa disregolazione delle emozioni nella loro significazione conducono a strategie funzionali dal punto di vista della persona con disturbo di personalità, e tuttavia disadattative e inaspettate in qualità e grado nel contesto. Allo stesso tempo interferisce nel mantenimento del senso del sé, il cui scopo è consolidare la consistenza emotiva, l’ideazione stabile e la prevedibilità comportamentale nel tempo e in situazioni simili.
Tornando al caso di Anna, riscontriamo che presenta un’incapacità di inibire i comportamenti disadattivi dipendenti dallo stato d’animo o di iniziare comportamenti indipendenti dallo stato d’animo del momento attuale, necessari per porsi obiettivi a lungo termine. Anna soffre.
Ha davanti a sé un lungo percorso terapeutico di validazione e cambiamento in cui comprender sé stessa e apprendere abilità psicosociali di pensiero e comportamento (tolleranza al malessere, regolazione delle emozioni, autoconsapevolezza, efficacia interpersonale, ecc.) fino ad accettare e adattarsi alle tensioni normali della vita quotidiana.

L’ambiente
L’ambiente attesta come chi soffre di disturbo di personalità diventi un rischio per sé stesso, per la famiglia e per le relazioni. Tende inizialmente a reclamare normalità, un apprendimento comportamentale apparentemente semplice che socialmente si dà per scontato. “È semplice, basta cambiare comportamento, puoi farlo”…ma non è così, ogni crisi ci lascia vacillanti, fragili come un giunco timoroso del futuro.
La famiglia oscilla tra la comprensione del comportamento disadattato lasciandosi manipolare dalla paura della reazione, e la critica che porta ad aumentare il conflitto, vivendo nell’esaurimento. L’incertezza si apre strada di fronte a nuovi problemi, alle loro conseguenze e alla persistenza dei comportamenti. Questi minano l’animo di aiuto dei familiari e la tensione del confronto porta a stati di ansia e depressione.
Il modo di relazionarsi con le persone con disturbo di personalità inizia dalla comprensione: comprendere che agiscono funzionalmente in conformità al loro modo particolare di vedere il mondo, agiscono come sanno; capire che il loro obiettivo non è ferire, che il conflitto non è personale, che ha la funzione di rafforzare il comportamento; comprendere la sofferenza del comportamento disadattato; comprendere che si trova di fronte a un lungo percorso terapeutico di conoscenza di sé e apprendimento di abilità psicosociali normalizzate.
Assimilare questa filosofia è importante perché determina la attitudine di aiuto al cambiamento, che è un componente essenziale della relazione dei familiari con chi soffre di disturbo di personalità.
Bibliografia
- Ayerbe, I. (2018). Atlante Mentale. Ed. Punto Rojo, Sevilla.
- Dimaggio, G. y Semerari, A., (2008). I disturbi di personalità. Biblioteca di psicologia, Desclée de Brouwer, Bilbao.
- Marsha, L., (2007). Manuale di trattamento dei Disturbi di Personalità Borderline. Paidos, Barcelona.
- Mirapeix, C., Vázquez, J., Gómez, A., y Artal, J., (2017). Approccio integrato al Disturbo Borderline di Personalità. Servicio de Psiquiatría del Hospital Universitario Marqués de Valdecilla y CIBERSAM, Santander.
- Navas, E. y al. Manuale PIR Psicologia Clinica. CEDE, Madrid.
- Frías, A. (2018) Vivere con TLP. Desclée de Brouwer, Bilbao.
- Jarne, A. y Talarn, A.(2016). Manuale di psicopatologia clinica. Ed. digital Titivillus
- Flores, T, Lavilla, M., Molina, D., López, B.(2017). Ritornare a imparare ad andare in bicicletta. Morales i Torres







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