La neuropsicologa clinica e ricercatrice Lidia García ci parla dell’influenza della postura corporea e della sua alterazione sugli stati fisiologici, mentali e comportamentali.
Siamo abituati a leggere che il linguaggio non verbale, i nostri gesti e le posture corporee, rivelano il nostro stato d’animo o psicologico, qualcosa che riflettiamo anche nel nostro modo metaforico di parlare, quando usiamo espressioni come “portare un peso sulle spalle” riferendoci a un sentimento di colpa o di responsabilità, o “portare la testa alta” per riferirci alla convenienza di mantenere un atteggiamento di certo orgoglio.
Ma, cosa succede se adottiamo di proposito una postura simile? Può una postura corporea determinata cambiare il nostro stato psicologico o d’animo?
Può una postura corporea determinata cambiare il nostro stato psicologico?
La ricercatrice della Università di Columbia Dana R. Carney e il suo gruppo di ricerca si sono posti questa domanda e hanno condotto uno studio [1] con cui hanno voluto verificare se adottando una postura corporea associata a un atteggiamento di potere (posture espanse, con gli arti aperti, che in natura si associano a un alto livello di potere o rango dell’individuo che le esibisce) provocasse cambiamenti a livello psicologico, fisiologico e comportamentale, che facessero sentire e comportare i partecipanti in modo tipico rispetto a come è stato osservato nelle persone con alto potere.
In particolare, le persone di grande potere in confronto alle persone con poco potere, oltre ad adottare posture corporee più espanse e aperte che proiettano dominio, mostrano anche maggiore disposizione a partecipare all’azione e ad assumersi rischi rispetto alle persone con basso potere, e si sentono con un maggior livello di controllo o di potere rispetto a queste[1].
Al contrario, le persone con basso potere mostrano il profilo opposto, adottando posture contratte e chiuse (arti che toccano il torso) che proiettano basso potere e assumendosi meno rischi.
Inoltre, negli esseri umani e in altri animali gli individui potenti e gli individui senza potere si differenziano anche nel profilo neuroendocrino, mostrando i primi alti livelli di testosterone (l’ormone del dominio) e bassi di cortisolo (l’ormone dello stress) e i secondi bassi livelli di testosterone e alti di cortisolo.
Tenendo tutto ciò in considerazione, i ricercatori hanno misurato i livelli salivari di testosterone e cortisolo dei partecipanti prima e dopo averli posizionati nella postura corporea di interesse (di alto vs. di basso potere). Dopo aver mantenuto i soggetti tale postura per 1 minuto, è stato misurato anche il loro comportamento di assunzione di rischio (mediante una gambling-task compito di gioco) nonché una misura del sentimento di potere mediante un autovalutazione su una scala da 1 (per nulla) a 4 (molto).
I ricercatori hanno osservato che i partecipanti che avevano adottato posture di alto potere mostravano cambiamenti rispetto ai loro livelli basali (prima di adottare la postura sperimentale) nel senso atteso per le persone con alto potere: il loro livello di testosterone era aumentato e quello di cortisolo era diminuito, e avevano punteggi maggiori nel senso di potere e controllo. Inoltre, il 86,36% di questo gruppo di partecipanti ha mostrato comportamenti di maggiore rischio nel compito di gioco, rispetto al 60% del gruppo di soggetti che aveva adottato posture di basso potere.
I soggetti che avevano adottato posture di basso potere hanno mostrato anch’essi cambiamenti coerenti con quanto previsto: il loro livello di testosterone è diminuito, aumentato quello di cortisolo, e avevano punteggi più bassi nel senso di potere rispetto a prima di adottare la postura.
Così i ricercatori hanno concluso che, una manipolazione semplice della postura corporea per 1 minuto è stata sufficiente ad alterare significativamente gli stati fisiologici, mentali e comportamentali dei partecipanti, e che ciò può preparare i sistemi mentali e fisiologici degli individui a sopportare situazioni difficili e stressanti.

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Implicazioni per la pratica clinica
Ciò che risulta particolarmente sorprendente di questi risultati è l’immediatezza con cui il cambiamento di postura corporea produce i suoi effetti, poiché questi si sono verificati dopo 1 minuto di durata delle posture e 17 minuti dopo aver smesso di posare.
Oltre a costituire una prova e un supporto scientifico al valore adattivo dell’atteggiamento delfingi finché non ce la fai (fingi fino a quando non ci riesci) ha interessanti implicazioni per la pratica clinica: parlando in particolare nel campo della neuroriabilitazione, curare la postura del paziente durante la valutazione e la riabilitazione cognitiva è importante dal momento che certe posture (o avvicinamenti alle stesse) possono modificare i sentimenti di competenza o potere aumentandoli o diminuendoli e che, a sua volta, si è visto che un basso senso di potere può determinare un deterioramento importante nelle prestazioni cognitive[2], in particolare in compiti di funzioni esecutive che valutano processi di inibizione, pianificazione e aggiornamento [2].
La postura corporea influenza anche il recupero dei ricordi emotivi e l’accesso e il recupero della memoria autobiografica, che è un tema che sarà affrontato in un prossimo post.
Bibliografia
- [1] Carney, D.R., Cuddy, A.J.C. and Yap, A.J. (2010). Powerposing: briefnonverbaldisplaysaffectneuroendocrinelevels and risktolerance. PsychologicalScience, 21(10) 1363-1368.
- [2] Smith, P.K., Jostmann, N.B., Galinsky, A.D., & van Dijk, W.W. (2008). PsychologicalScience, 19, 441–447.








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